Vorrei poterti odiare
per liberare la rabbia che racchiudo,
ma basterebbe, forse,
semplicemente dimenticarti.
Il tuo nome scivolare
nell’indifferenza nebbiosa dell’oblio.
Diventare tu come quei pensieri
che radi si presentano ogni dieci anni
senza lasciare traccia d’amaro.
Nel silenzio non vorrei udire
parole che hai detto ferendo,
rammentare promesse inadempiute.
Mi piacerebbe invece sentire
lo scricchiolio dei miei passi sul selciato
e il tagliente stridio delle cicale
e capire così
che ho solo percezione di vita presente
e non rammarico di vissuto.
E’ il ’Peer Gynt’ Suite No. 1, Op. 46 – ‘Morning’ di Grieg. Un pezzo celebre, uno dei più delicati e suggestivi che il musicista abbia mai scritto; è un po’ la colonna sonora della mia vita. Ci sono dei ricordi bellissimi che sono legati a questa musica. Il più lontano è quello che mi riporta nella magica età dell’infanzia, quando ascoltai per la prima volta questo pezzo, guidata dalla sensibilità genuina e spontanea di mia madre. Allora mi parve incantevole come il suono degli strumenti degli angeli, il batter delle loro ali, forse perché allora ero in sintonia perfetta con la vita che sbocciava come al mattino. Poi Grieg è tornato ancora allo sbocciare del vero amore, per accompagnarmi nel brivido delle emozioni che innamorandomi mi avvolgevano come rugiada mattutina. Oggi il Mattino di Grieg torna a farmi emozionare, accompagnandomi nella mia ricerca di nuova vita e forse proprio per ritrovare lo sguardo entusiasta e curioso che fu mio al nascere, lascio che queste note mi ricordino la strada che avevo iniziato.
Ultimo giorno di questo pazzo marzo. Le prime rondini annunciano una Primavera che quest’anno tarda a venire anche nella città del sole. Sembra che la pioggia ormai sia più consueta del cielo azzurro che da sempre fa da sfondo a Partenope. La meteoropatia è una componente dell’anima di molti napoletani, forse perché le belle giornate sono sempre state la scenografia più frequente a Napoli, tanto che perfino in poesia e nell’antica saggezza popolare giorni piovosi e bizzarri lasciano il segno.
Come in questo proverbio: ‘o friddo nasce, pasce e more.
A Napoli in genere il freddo intenso dura poco, per cui è come se in soli tre giorni nascesse, crescesse e morisse.
O anche nel più caretteristico: quanno ‘o Vesuvio tene ‘cappa, si nun chiove ogge, dimane nun scappa. Vale a dire quando le nuvole si addensano intorno alla cima del Vesuvio è quasi sicuro che se non in serata, l’indomani piova.
E ancora: si marzo ‘ngrogna, te fa zumpà’ l’ogne.
Cioè se a marzo fa freddo ti fa perfino saltare le unghie.
E per sorridere: L’acqua sta ‘nterra per indicare che la pioggia è in arrivo.
La lista sarebbe lunga ad indicare quanto l’attenzione meteorologica sia un fatto serio per l’antico popolo napoletano, spesso impegnato nella cura dei frutti della terra.
Concludo riportando i versi celebri del più meteoropatico dei poeti napoletani: Salvatore di Giacomo, con la sua
Marzo
Marzo: nu poco chiove
e n’ato ppoco stracqua
torna a chiovere, schiove,
ride ‘o sole cu ll’acqua.
Mo nu cielo celeste,
mo n’aria cupa e nera,
mo d’’o vierno ‘e tempesta,
mo n’aria ‘e Primmavera.
Sono arrivate le rondini e con loro sento già i profumi della Primavera. Si percepisce già il dolce odore dei gelsomini e attraversando la campagna c’è un tripudio di erbe selvatiche che si fa sentire sotto i miei passi. Da bambina di questi tempi uscivo spesso sul terrazzo per controllare le mie piantine. Avevo dei vasetti molto piccoli con piantine grasse che d’inverno proteggevo con delle serre da me create grossolanamente. Era bello preoccuparsi di quelle creature, sentire l’amore passare attraverso il tocco leggero che le mie dita facevano su quelle piantine. Come allora, anche oggi, ho bisogno di sentire la terra e i suoi frutti sentendone i profumi, ammirando i colori e talora percependo sotto il tocco delle mie dita, leggere come allora, la tenerezza di foglie e petali o la durezza e la rugosità dei tronchi. Questa è la vita che amo sentire.
Strana coincidenza. Nei giorni scorsi ho trovato fra le mie carte una poesia scritta anni fa, che riproduceva in versi le stesse sensazioni descritte nel post precedente che il verso di un uccello al tramonto suscitano in me. Ho voluto riportarle qui:
Il canto di un uccello
taglia l’aria bagnata e pesante
e come un lampo di memoria
mi riporta a giorni felici:
tramonto fra i boschi incantati d’amore,
stretta di passione su un manto d’erba,
fra scintillanti lucciole danzanti
accorse per un pronubo rituale.
Ecco lì ci accompagnava quel verso,
dolce richiamo nella notte calante,
come una magia tuttora perdurante.
Questo è il verso di un uccello che al tramonto si ferma sugli alberi e rivolge il suo canto-richiamo alla natura. Ogni volta che mi capita di ascoltarlo un brivido di emozioni mi attraversa riportandomi indietro negli anni, in un tempo di grandi sensazioni, in cui mi sono sentita più viva che mai. Quando ci si innamora le emozioni ci vivificano e rimangono impresse in noi come un marchio, così succede che il verso di un uccello che allora ci accompagnava in un momento di pura magia, resti dentro di noi come l’eco di quel tempo e il risentirlo ci fa rivivere, sia pur per poco, quell’attimo di eternità.
Ho finito da poco di lavorare. L’aria inizia a riscaldarsi e fa bene credere che presto la primavera ci sarà. Mi porto dentro ancora le parole di una collega che sente il peso della vita e che non riesce a trovare un senso alla sua vita. Mi chiedo quale sia il senso della mia. Aspetto con ansia l’arrivo delle rondini che quest’anno tardano; nel loro garrito c’è la mia voglia di rinascere ad ogni primavera. Sarà questo il senso della mia vita? Sentirmi ogni volta diversa e mai stanca di ricominciare? Nella voce delle rondini c’è anche il mio passato, fatto di voglia di sentirmi libera e di attimi di pura estasi, in cui non conta capire chi sono ma quanto sento. Amo sentire la vita, anche quando non la capisco, anche quando non ne condivido le sofferenze ingiuste. “Per superare un dolore” mi disse una volta un maestro “bisogna accettarlo, mai combatterlo”.
Avete mai ascoltato con attenzione il canto del merlo? Così delicato, soave, sempre melodico. A volte, mi accompagna nelle ore di silenzio, quando lavoro, leggo; è più rilassante di una musica, una dolce compagnia. Io sono convinta che sia sempre lo stesso merlo. Mi pare di riconoscerne la voce. A volte lo invidio, perché quando lo sento mi accorgo che non è mai triste. Deve essere così negli animali. Essi proveranno il freddo, il caldo, proprio come noi, anche la sofferenza fisica, ma la tristezza, la malinconia… io credo che siano solo nostre. Mi piace ascoltare questo merlo, perché è come se mi riportasse ad una dimensione superiore, che va al di là delle umane preoccupazioni. È come se mi dicesse: qualunque cosa tu ti sforzi di fare, la vita è altro. La felicità non è in quello che stai inseguendo, ma sta qui, su questo ramo, nell’eterno attimo in cui respiri e capisci che sei vivo. Allora questa solo è felicità e io canto la gioia di esserci, finché ci sarò.
La musica classica mi fa star bene. Tchaikovsky è stato il mio primo amore insieme a Chopin. Ero una ragazzina romantica e in quell’età adolescenziale andavano benissimo i compositori dell’età romantica.
Tchaikovsky è stato un personaggio complesso e sofferto; del resto una sensibilità così forte si sviluppa solo quando percepisci il dolore profondo e devastante; pare si sia suicidato con l’arsenico, almeno così dicono alcune fonti non sicure.
Sono tanti i giovani che amano emozionarsi e lasciarsi trasportare dalle note di questa musica universale e senza tempo! Sembra perfino che abbia una funzione curativa, come sostiene la musicoterapia. Dicono in particolare che Mozart stimoli il cervello, il famoso Effetto Mozart. Infatti, si sostiene che proprio la sua musica abbia per il corpo umano il massimo effetto terapeutico, soprattutto con i concerti per violino o per pianoforte e orchestra.
La musica è usata per curare anche le difficoltà di apprendimento, i ritardi mentali, la dislessia, l’epilessia, ma a parte queste patologie più o meno gravi la musica per me è l’unico mondo veramente democratico che sia rimasto, perché quando l’ascolto non temo confronti né discriminazioni, sono veramente libera di sognare e sentirmi una regina e poi la percezione delle emozioni che la musica dà è una delle poche cose belle ancora gratuite!
Ho dimenticato di dirvi che il mese scorso la mia poesia “Suggello d’eternità” è stata scelta da Perrone Editore per entrare a far parte dell’antologia “Il Desiderio”. Piccole soddisfazioni
Il mio approccio con Facebook è stato dettato più che dalla mera curiosità, dalla voglia di ritrovare amici di un tempo. Non mi pongo nella schiera di quelli che demonizzano questo strumento, né tanto meno fra quelli che lo esaltano oltre misura. Premesso che non ho mai abbastanza tempo per navigare in Internet, e che non mi sento ossessionata dal desiderio di conoscere tutto il mondo che ospita Facebook, fare parte di questo mondo è per me una piacevole scoperta. Di sicuro come tutte le novità, anche questa per me passerà in fretta, ma di certo farò tesoro di alcune emozioni provate. In questo grande network ho ritrovato amici che non sentivo più da 20 anni (come passa il tempo), ma anche persone magari perse di vista da neanche tanto. Qualcuno ha detto: se ci si perde di vista ci sarà pure un motivo… E che ne so io? La vita è così intrigata e complicata! E poi noi cambiamo continuamente, siamo presi da mille cose… è pure un nostro diritto perderci, a volte. Poi ci si ritrova. Ed è bello. All’inizio devo ammetterlo, appena registratami, ho provato una grande contagiosa curiosità. Cercavo tutti quelli che mi passavano per la mente. Poi eccoli… i compagni di classe… Rivederne alcuni ha messo in moto in me tante emozioni, riflessioni, perfino amare considerazioni. Così per un po’ ho smesso di cercare, ritrovare. Era un po’ come fare i conti con se stessi, con quello che si era, con quello che si sognava, con quello che poi si è diventati. Poi sono stati loro, gli amici, a cercare me… Ho lasciato che arrivassero volta dopo volta le richieste di amicizia. Così ho ritrovato amici di università, amici di vacanze trascorse anche 20 anni fa. La domanda: ma quanta gente si ricorda di me? Così poco a poco, il mosaico dell’esistenza si ricompone e scopro che siamo tutte le persone che abbiamo conosciuto, amato, odiato.
Questo post voglio dedicarlo alla mia compagna di banco del liceo. La mia fedelissima compagna di banco per 5 anni. Quante cose ci sono successe in questi 20 anni. Non dovevamo perderci di vista, è vero. Oggi ho provato un’emozione grande quando in chat mi hai detto: ”un’amica di banco è per sempre”. Ho scoperto che nonostante gli anni, i chilometri, le esperienze diverse che ci dividono, quell’intesa nata sui banchi di scuola non era un caso. C’era qualcosa di profondo che ci univa. Una forma mentis che nonostante i diversi percorsi esistenziali ci ha portate a riconoscerci in un’amicizia che non ha mai smesso, sia pure solo di ricordi, di alimentarsi nel tempo.
E’ strana la vita. Stavo cercando una foto quando mi sono imbattuta in questa… lo so, è una brutta foto, non si capisce niente, ma la nebbia è reale. Perché l’ho tenuta? Perché questa foto subito mi sembrò molto significativa e per certi aspetti magica. Vi racconto il contesto in cui fu scattata. Qualche anno fa, 4 blogger (nella foto ne manca uno perché stava scattando) decisero di passare un capodanno diverso dagli altri … lontano dalla mondanità delle belle città in cui erano nati, convinti che qualcosa così nella loro vita sarebbe cambiato. Non so se anche a voi la fine dell’anno mette sempre un po’ di tristezza, ecco, noi (i 4 blogger) quell’anno cercavamo proprio di non pensare, di non cercare risposte, di non porci propositi ogni volta disattesi… così rimanemmo a festeggiare il capodanno in quel “paesino” della provincia romana… Lo capimmo subito che il cenone era sotto tono, malgrado le buone pietanze preparate per l’occasione, così verso la mezzanotte a uno di noi venne in mente di cercare il punto più alto del territorio per vedere dall’alto (al massimo potevamo arrivare a 400 m) almeno i fuochi d’artificio ricadere nella notte sulla costa laziale. Così l’impavido blogger autista prese il suo fuoristrada, vi fece salire gli altri 3 e iniziando una corsa contro il tempo (mancavano pochi minuti alla mezzanotte… non potevamo pensarci prima?) salì sulla collina più alta, ma fu allora che accadde qualcosa di strano: scese una nebbia fitta, quasi impenetrabile che ci avvolse come una coperta (insolita in quei luoghi). Eravamo sulla piazzetta del borgo increduli a guardare l’orologio, forse era mezzanotte, perché da qualche parte in quella campagna sperduta sentimmo arrivare dei festeggiamenti e noi lì… a chiederci: ma che ci facciamo qui in mezzo al nulla lontano da tutti e in mezzo alla nebbia? Non lo abbiamo mai capito. Però è vero che è stato il capodanno più strano, forse originale e misterioso mai vissuto. L’anno passò senza che noi ce ne accorgessimo, avvolto dai dubbi e dal mistero della nebbia. Proprio come le nostre vite, passate e future. Nessun luogo meglio di quel borghetto ha meglio interpretato nella mia memoria la nebbia del futuro.
Ultime cose da fare… interrogazioni, verifiche, attività natalizie, pacchi e pacchettini… valigie e biglietti d’auguri. Lupus va in vacanza e augura a tutti gli amici ogni bene e serenità con poche parole intense e semplici:
il Natale di Maria Teresa di Calcutta.
E’ Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.
E’ Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l’altro.
E’ Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.
E’ Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.
E’ Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.
E’ Natale ogni volta
che permetti al Signore
di rinascere per donarlo agli altri.
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