I giorni dell’università si susseguivano uno dietro l’altro senza distinzione, scanditi solo dai capitoli dei libri che studiavo. Ogni esame che mi appressavo a superare era lo svelamento di un nuovo mondo di emozioni. Com’era tutto imponente ed eccitante allora. Perfino il più sempliciotto dei professori da noi studenti veniva messo sul piedistallo. Non si temeva la vita, quella vera, infatti, neppure la conoscevamo. Nel silenzio degli stanzoni dove si leggeva e apprendeva, fra muri spessi dell’antico edificio (la nostra facoltà!) nulla sembrava infrangere i tanti, troppi sogni. Così si conosceva Ippolito Nievo, in un viaggio nel tempo in cui Sterne, Foscolo, Cartesio e Hobbes ci diventavano familiari e talvolta amici silenti. Era bello trascorrere ore in quel posto, lontano dal resto, nel centro di una bella città, la mia, seduti sul muro che dava sul cortile ad archi, luogo di meditazioni religiose, poi divenuto raduno di studenti. Io stavo sempre lì, nell’angolo dove arrivava il sole, e mi lasciavo scaldare dal tepore, respirando l’aria che profumava sempre di mare…Il mio mare, infatti, era proprio a un passo dalla facoltà e salendo al dipartimento di italianistica, che era in alto, riuscivo sempre a vederne un pezzetto. Mi dicono che siano cambiate tante cose in quell’edificio, sebbene tanti studenti sognatori vi passino ancora e professori impettiti ed esaltati attraversino sempre quelle aule, ma c’è qualcosa che rimane immutato: il mio ricordo. Il ricordo di un periodo in cui ho creduto di poter essere tutto quello che si racchiude in me, esprimendo liberamente le mie potenzialità. Quello era il tempo delle emozioni-illusioni forti. L’inizio di tanti errori. Di strade che mi hanno portato lontano da tutto quel mondo che era il mio mondo… Poi la vita! La vita ti prende, ti assorbe, ti rende diverso, altro da quello che pensavi di essere o volevi essere. Così nel cuore quel tempo lo ricordi come qualcosa di magico che ti è appartenuto e forse mai fino in fondo l’hai goduto! Mi rimangono il sapore dolce-amaro di tante parole dette ai pochi veri amici che lì ho incontrato, la magra consolazione dei complimenti dei professori su quel libretto dove collezionavo i miei trionfi, fino al ricordo del giorno che doveva essere il più bello, la laurea, e che invece fu il più brutto, perché cominciava la vera vita. Alle mie spalle si chiuse l’alto portone della facoltà, mentre gli auguri già si perdevano nel vento, restavo ferma con un pezzo di carta in mano e il brivido di chi non sa da che parte andare… Ancora oggi.
Maggio 18, 2008...2:47 pm
Nella soffitta della memoria
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2 Commenti
Maggio 20, 2008 alle 8:17 am
Col passare del tempo tutto assume un sapore più dolce. Chissà se era davvero così, o se così ci pare ora che ci ripensiamo.
Poi, c’è un’altra domanda ricorrente: dov’è che tutto ha iniziato a cambiare?
Ecco, la cosa migliore sarebbe non pensarci. Perchè non possono essere questi gli anni del rimpianto, ma anzi, devono essere gli anni per (ri)costruire.
Maggio 20, 2008 alle 3:02 pm
queste riflessioni capitano anke a me, quando si verifica qualcosa ke mi colpisce profondamente, e riguardo a questo ho sviluppato col tempo una mia idea, e cioè ke nella vita tutto ciò ke avviene e ke porta al un cambiamento è un evento una situazione, una persona ke porta uno squilibrio interno, ke inevitabilmente porterà ad un nuovo equilibrio, e così via, dopotutto Virgilio diceva ke il passato è come un grande museo con cose si belle sia brutte ma sempre affascinanti perkè appartengono a noi è bello entrarci, ma bisogna anke saperne uscire