Quando ho iniziato a lavorare nella scuola avevo di me un’altra/alta considerazione. Il ricordo che avevo dei miei insegnanti passati mi faceva sentire importante (ma quella era un’altra scuola e noi eravamo alunni diversi). Il mio primo giorno come supplente non lo dimenticherò mai. Andai in segreteria per espletare (brutto termine ma si usa dire così) le burocrazie dovute. Qui trovai persone simpatiche e umane (ancora non sapevo che esemplari vivono in queste selve oscure e selvagge, ma presto l’avrei sperimentato nelle successive supplenze). Riempii lo stato del personale (adesso anche io ne facevo parte) e poi mi diressi in succursale dove mi aspettavano le mie classi: una prima e una seconda. Per fortuna i miei inizi mi hanno calata pian piano in questo mondo di pazzi, dandomi un impatto meno traumatico possibile. Tanto per iniziare lavoravo a cinque minuti da casa (e non sapevo ancora quanto questo fosse importante), poi in una delle zone per me più belle di Roma e in un ambiente tutto sommato civile e benestante (vuol dire tanto). Io ero piena di entusiasmo e di gioia, pensavo che il grosso fosse fatto (il concorsone) e che il futuro era roseo. Un po’ quella supplenza mi illuse che tutto fosse così. Giunta in sede, conobbi la vicepreside (una rarità: gentile e disponibile, una persona semplice come me) che mi aiutò a prendere i registri della collega che sostituivo e poi mi accompagnò in classe (avevo il cuore in gola). “Questa è la nuova professoressa di lettere, rimarrà un periodo piuttosto lungo con voi, comportatevi bene e non fatevi ingannare dal suo aspetto giovane e dolce”. Ecco, in quel momento ho iniziato a realizzare che essere insegnante imponeva una maschera, che per forza di cose avrebbe alterato la bella personcina che io ero diventata a quel punto della mia vita. Capii che essere giovane e dolce in quella professione non deponeva a mio favore e che bisognava fare urgentemente dei ritocchi alla personalità. Roba di pochi minuti. La vicepreside salutò e andò via, richiudendo la porta. Dovevo agire. Mi ero già seduta in cattedra. Non osavo guardarli. Regnava uno strano silenzio ancora. Passai in rassegna velocemente gli insegnanti che avevano lasciato un segno nella mia memoria scolastica. Mi venne subito in mente la prof di matematica del liceo e sbiancai solo al ricordo… no quella lì era un marziano e mai sarei diventata qualcosa che ancora temevo. Pensai alla prof di filosofia, una ex sessantottina che aveva sperimentato un modo rivoluzionario di fare scuola che come conseguenza però aveva che in classe studiava solo chi se lo sentiva di fare. La migliore era la mia prof di lettere, severa quando serviva e simpatica nel resto dei casi. Un colpetto di tosse mi fece capire che dovevo sbrigarmi. Decisi per ora di rimandare la decisione e intanto d’essere semplicemente me stessa. In verità, ci sto ancora pensando, mentre continuo ad essere me stessa. Quella fu la scelta migliore e lo è ancora. Tutto venne da sé. Non capivo nulla. Dovevo firmare una marea di volte, scrivere sul registro assenze, giustificare… i primi tempi perdevo tanto tempo così. Ma per fortuna i ragazzi, che sono bravissimi a capire i nostri punti deboli, furono molto carini e collaborativi da subito. Scoprii che se dai loro il giusto peso entrare in classe non è così spaventoso come mi sembrava. Spiegare. Anche qui ho dovuto affinare un’arte. Sì perché questi megaconcorsi non servono a nulla ai fini dell’insegnare vero e proprio. Tutto quello che avevo studiato finora serviva davvero poco. Insegnare non è conoscere, ma far conoscere. E qui comincia il dramma se tu non ti cali nelle testoline che hai davanti smettendo di fare soliloqui. Per la prima volta ho iniziato a vedere con un sorriso diverso i personaggi della storia e della letteratura, scherzandoci sopra quando si poteva e così accaveda che quello che raccontavo piaceva e interessava ai miei alunni. Il vecchio detto: giocando s’impara aveva valore. In fondo come diceva Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. Quando ho iniziato a verificare il successo del mio metodo ho capito anche che dovevo smettere di pretendere che i miei alunni studiassero come studiavo io, con quella serietà che mi caratterizzava. L’importante era accendere in loro quella luce, quell’entusiasmo che poi avrebbe contribuito a renderli migliori col tempo. Mi sono così allontanata dal nozionismo che io per prima ho odiato come studentessa, meditando sulla frase di Montaigne che dice più o meno così: educare un bambino non è riempire un vaso ma è accendere un fuoco.
Giugno 20, 2008...7:40 pm
Io mi ricordo…
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12 Commenti
Giugno 20, 2008 alle 10:44 pm
E Montaigne aveva ragione, solo che per me il fuoco dentro i bambini gia’ lo hanno, noi possiamo solo guidarli affinche’ possano mantenerlo accesso.
Giugno 21, 2008 alle 8:10 am
Che coraggio hai avuto! Sei stata proprio brava.
Lo sai, l’insegnante è un mestiere che non riuscirei mai a fare.
Giugno 21, 2008 alle 9:15 am
che bel post!
eh, Nevia, mi hai fatto pensare al mio, di primo giorno da insegn-supplente.
Partii da ciò che stavano trattando in quel momento con il loro insegnante. I problemi di geometria (era una II): panico da parte mia!
Mi veniva in mente (fresca di università, figuriamoci trovarsi con dei bambini!) per la risoluzione solo un “sistema di equazioni” ! – Oddio e come glielo insegno a questi???
Per fortuna pensai alla strategia, in realtà poi affinata in seguito, di far ..lavorare i ragazzi! C’è sempre (forse un tempo ancora di più…) uno “più bravo”! E così quel giorno davvero imparai da loro!
E, di seguito… sì insegnare, fra le altre cose, è anche imparare insieme! Costantemente. Questo è il migliore dei “belli” del mestiere!
ciao NB!
g.
Giugno 21, 2008 alle 10:32 am
Brava, Nevia! Un post che riassume tutte le ansie, le aspettative, le croci e la bellezza di questo mestiere. Un excursus emblematico di come eravamo e siamo diventati insegnanti se pur con le nostre diversità e variabilità individuali e con le nostre diverse esperienze di vita scolastica e non.
Il mio primo giorno di supplenza (mi ero laureata soltanto da quindici giorni) non fu idilliaco come il tuo,…ma piuttosto un’esperienza da vero campo di combattimento.
Una terza media nel quartiere più povero di Gallipoli. Figli di pescatori poverissimi per la maggior parte, appartenenti a famiglie numerose e indigenti, dotati di una carica di arrabbiatura fortissima contro tutto e contro tutti. Io, poi, ero l’estranea, subentrata alla loro amata prof. in astensione per maternità, una donna molto mite e carina. Tieni presente che a 22 anni e mezzo ( quella era la mia età) ne dimostravo sedici…
Per farla breve, la scena che mi si presentò fu veramente da film: ragazzini che correvano in tutte le direzioni, altri sui banchi, uno seduto in cattedra e la povera bidella che poco mancava si strappasse i capelli dalla disperazione. Appena varcata la soglia, una cimosa mi sfiorò la tempia sinistra…
Pensai tra me e me:”Qui, bisogna tirare fuori le pxxxe!”
Incontrai 25 sguardi diffidenti, crucciati, canzonatori, strafottenti…e nacque repentinamente un amore e una tenerezza che non sono mai finiti.
Grazie, mia cara!
Giugno 23, 2008 alle 7:30 am
Il nozionismo, soprattutto di questi tempi, serve a poco…forse per partecipare a qualche quiz televisivo (ma in TV li fanno ancora?)
La curiosità, l’interesse, lo stupirsi anche per l’eleganza di un teorema matematico sono risorse che torneranno sempre utili.
L’insegnante di matematica del liceo….
Giugno 23, 2008 alle 9:05 am
a proposito di insegnanti e personale… hai letto questo articolo apparso ieri sul sole 24 ore?
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/06/scuola-tagli-personale.shtml?uuid=04bbfc72-3f67-11dd-9190-00000e251029&DocRulesView=Libero&fromSearch
alla faccia delle promesse… scusa il fuori tema!
Giugno 24, 2008 alle 9:23 am
Grazie a voi tutti per le belle parole…
Giugno 26, 2008 alle 9:07 am
effelle ed ennebì, leggevo quella notizia da brivido proprio su altri blog stamattina. Io che da anni mi batto qui in Irlanda per il miglioramento della pubblica istruzione, che fa acqua da tutte le parti, rimango inorridita davanti a tali notizie.
Io nel mio piccolo faccio da tutor qui all’università, e mi ritrovo queste classi di diciannovenni inquisitivi, forse un po’ svogliati, che che mi danno una grossa spinta a voler apprendere di più, io stessa. E vedo come il docente che assisto abbia fatto dell’insegnamento un’arte. Lo ammiro per questo, come ammiro una mia famosa insegnante di italiano al liceo, che riuscì a farci amare Dante perché mettava passione in ogni parola che pronunciava.
Se solo tutti gli insegnanti fossero come te, ennebì
Insegnare è una vocazione. Tu ce l’hai, tientela stretta..;)
Giugno 29, 2008 alle 5:35 pm
E’ meraviglioso leggere tanto amore, buon senso e rispetto.
Luglio 3, 2008 alle 8:53 pm
E’ dura rileggere queste parole, proprio mentre in questi giorni si sta annunciando la morte della scuola pubblica…
Ottobre 3, 2008 alle 1:20 pm
domani inizio la mia prima esperienza nel mondo della scuola proprio come supplente…fa un certo effetto doversi trovare dall’altra parte della cattedra e vestire i panni di tutto ha rappresentato un incubo giornaliero per una grossa fetta della tua vita. forse è l’occasione buona per riscattarsi di anni di terrore pure tra interrogazioni, compiti e promozioni a rischio ma una parte di me nn vuole farla pagare a nessuno. no, cerchero di essere migliore delle persone che con me nn ci sono riuscite o che hanni voluto..ad ogni modo grazie per le parole del tuo, hanno scacciato un pò di quell’ansia che precede questo mio ritorno nell’ambiente scuola…
Ottobre 4, 2008 alle 2:03 pm
Mi fa piacere che le mie parole ti siano servite… allora in bocca al lupo e … buon viaggio in questo mondo, molto dipenderà da te!